Organizzazione e difesa

Oggi più che mai, con lo scenario che si profila, molti si chiedono se sia giusto tagliare le spese militari per far confluire fondi in altre attività.

Ho sempre pensato che “la conoscenza rende liberi”.  Questo significa che non si dovrebbero mai tagliare risorse  le destinate all’istruzione. Non intendo fare un articolo politico-ideologico, ma esprimere le mie idee su certi punti.

Partiamo delle considerazioni generali (ovvie per molti) per capire come il concetto di prevenzione, dissuasione e neutralizzazione si applichi a tutte le forme di conflitto:

Vivendo in un appartamento in centro, casa singola in periferia o villa in campagna si dovrà provvedere alla fornitura di tutti i beni di prima necessità (leggasi fare la spesa). I tempi e le modalità dipendono dai gusti, disponibilità e possibilità.

Chi avrà un piccolo appezzamento davanti casa magari coltiverà qualche ortaggio, risparmiando energie economiche e potendosi permettere altri investimenti. Ghi non ha questa possibilità acquisterà ciò di cui ha bisogno facendo una scala di priorità etc etc.
Ognuno secondo le modalità più congeniali provvederà al proprio sostentamento, cosi come uno stato dovrebbe dare la possibilità adognuno di soddisfare i bisogni della popolazione (leggasi lavoro) siano essi fisici (cibo, acqua ecc..) che intellettuali (libri, riviste ecc..)

Microeconomia o macroeconomia, si arriva sempre alla necessità di soddisfare dei bisogni…oggi diciamo anche qualche capriccio…ma questa è un’altra storia. Ora tutti i conflitti piccoli o grandi che siano, nascono dalla voglia di possedere un qualcosa che non ci appartiene. Da qui la mia idea che una buona organizzazione di difesa impedirebbe molte situazioni sgradevoli. Così cercherò di mostrare il parallelismo esistente nell’affrontare microconflitti e macroconflitti e come talune scelte possano ripercuotersi negativamente su chi le ha perpetrate.

Prevenzione:

L’uomo in quanto animale territoriale tende a difendere le scorte a lui necessarie ed il “suo” territorio. Qualsiasi cosa dicano i buonisti (e qui mi fermo nella loro definizione) in tutte le abitazioni esistono porte, inferriate e cancelli.  In alcuni i sistemi sono più sofisticati (guarda caso i “buonisti” hanno sempre i sistemi di allarme migliori). Tutti accorgimenti che usa per proteggere quello che gli è necessario.

Questi accorgimenti variano a seconda del posto dove si vive, casa isolata, condominio familiare. E’ indubbio, quindi, che si usino delle strategie difensive che dipendono dal contesto e dalla disponibilità; chi vive in un posto isolato userà delle strategie più complesse come telecamere, sensori di movimento, porte blindate ecc.. rispetto a chi magari vive in un contesto più tranquillo e “guardato”.

L’insieme delle strategie difensive possono essere considerate alla stregua delle forze armate di uno stato, marina, esercito, aereonautica, ma anche polizia.

Ora la mia domanda è: togliereste le porte dalla vostra casa permettendo a chiunque di entrare per risparmiare? Sembra un’affermazione ridicola ma il tagliare fondi alla difesa non equivale a questo? l’Italia è una penisola. Pensate che la flotta di difesa sia adeguata a difendere ¾ del territorio marittimo circostante? È corretto impiegare una forza di difesa, la marina appunto, che dovrebbe essere la più importane ed equipaggiata per effettuare operazioni umanitarie? Non voglio entrare in merito alla correttezza delle operazioni umanitarie ma solo sulla “destinazione” di una forza armata importante per la difesa in operazioni che non dovrebbero competere.

“Ai posteri l’ardua sentenza”

Dissuasione e neutralizzazione

Qualora un individuo entri in casa vostra armato e vi intimi di consegnargli tutti i vostri averi, cosa fareste? Ho sempre sostenuto che “evitare equivale a vincere” per cui con buona pace e pazienza se questo equivale a preservare l’incolumità di tutti, ben venga…

Un atteggiamento assertivo del tipo “prendi quello che voi ma poi vattene”, essere collaborativi ma non mostrarsi impauriti, è sicuramente l’atteggiamento migliore per affrontare queste situazioni.

Ma se dopo la rapina il malfattore di turno, armato e sotto stupefacenti volesse “intrattenersi in compagnia delle persone di sesso femminile della vostra famiglia?”, chi direbbe di “evitare”? Sareste disposti a lasciar perdere e vedere sotto gli occhi vostra moglie, figlia o altro parente subire una violenza e sareste ancora del parere che “bisogna evitare” e che avere o meno un’arma non servirebbe?

Avere e poter usare delle adeguate misure per fronteggiare una reale aggressione dissuade chiunque dal compiere azioni violente nei confronti del prossimo. Sapere che dall’altro lato c’è la possibilità che il tizio risponda al fuoco ha un effetto deterrente non indifferente. Ricordate sempre che l’aggressore sceglie sempre le sue vittime, la possibilità di un’azione di risposta di pari o superiore entità, fa spostare l’attenzione dell’aggressore verso un bersaglio più semplice.

Ora visto i continui tagli come si può pensare di essere in grado di fronteggiare una eventuale aggressione/invasione a “casa nostra”? La storia mostra come un esercito dotato di mezzi e armi di alto potenziale non attaccherà un altro paese se non dopo attente valutazioni (vedasi USA – URSS) perché entrambi sanno i rischi a cui vanno incontro. Analogamente in un paese dove l’aggredito non è tutelato (ovviamente non l’italia) e dove chi per difendersi può usare tutti i mezzi si instaurerebbe una sorta di strategia della tensione che impedirebbe molti atti violenti ed aggressivi.

Sia chiaro non si potranno mai a parer mio eliminate totalmente gli atti violenti e le aggressioni, come non si elimineranno mai le guerre a causa dell’atteggiamento umano. Semmai con alcune “considerazioni” potranno essere diminuite.

Le figure della pecora, lupo e cane da pastore descritte dal colonello Grossman sono sempre attuali e ricorrenti, e purtroppo incancellabili.

Delegittimare ed Indebolire la figura del cane da pastore equivale a rendere il gregge facile preda di famelici lupi, quando la figura del cane da pastore viene meno, le pecore hanno due scelte: subire o reagire difendendosi da sole.

L’inutilità delle leggi sulla legittima difesa

Art. 52 c.p.:

“Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere  un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa
Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
a) la propria o la altrui incolumità:
b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.
La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.”

Un articolo legislativo scritto in maniera precisa e chiara per ciò che concerne la legittima difesa in Italia. Peccato che sia così solo sulla carta. Le applicazioni che danno i giudici, pubblici ministeri ed avvocati rasenta l’assurdo (oltre che la stupidità).  Infatti ciò che si insidia tra le righe “offesa ingiusta, proporzionata all’offesa, attuale pericolo, e altro mezzo idoneo” ,lascia tanta interpretazione e dibattimento ai nostrani fan di “law and order” e provetti Perry Mason. Alla fine chi ci rimette però è sempre il povero cristiano che, alle tre di notte viene aggredito in casa e che, per difendere moglie e figlia si arma di fucile legalmente detenuto, sparando ad un malvivente che ha la metà dei suoi anni ma il doppio dei suoi chili. Oltre la paura, lo shock psicologico e forse qualche livido(nel caso migliore)…il malcapitato si troverà a sostenere un processo penale che alla fine gli darà comunque torto, dipende solo dalla misura ma avrà sempre torto.

Tuttavia non voglio perdere tempo a descrivere le fantasiose interpretazioni buoniste che i nostri rappresentanti giudiziari danno ad una chiara indicazione legislativa ma all’inutilità di QUALUNQUE legge sulla legittima difesa.
Ossia se entri in casa mia, attenti alla mia incolumità, se mi alzo e tu non scappi non vuoi desistere. Se ho un fucile e non desisti ti sparo, a maggior ragione che l’art. 52 mi DAREBBE l’opportunità di difendere anche i miei beni, ma solo sulla carta ovviamente.
Qualunque regolamentazione viene  “creata” da un gruppo di burocrati e filosofi buonisti della peggior specie allo scopo di salvare “capre e cavoli” . Quindi la vita dell’aggressore e dell’aggredito. Si potrà così rieducare l’aggressore e far mantenere all’aggredito la propria incolumità.
Bene, quanti di questi filosofi hanno mai subito un’aggressione, o almeno quanti hanno fatto sport da combattimento?
A giudicare dal risultato, nessuno. Questo non dipende solo dall’ottusità, bensì dall’ignoranza (presunta o voluta) di questi burocrati.

Durante una colluttazione non agisci in modo lucido ma sotto l’effetto dell’adrenalina che ti innescherà il meccanismo “combatti o fuggi”. Qualunque legge sembra voler orientare le persone al “fuggi” poiché tende a cercare di impedire lo svolgimento di uno scontro fisico. La legge però dimentica (volutamente o meno) che  in fase di combattimento o ti paralizzi diventando vittima oppure combatti.

Quando si combatte per la propria incolumità non si pensa “al dopo” ma alla “sopravvivenza” (concetto meglio espresso dalle teorie Mac Lean dei “tre cervelli”) in cui l’unica cosa che conta è sopravvivere, questo istinto è innato in ognuno di noi e impossibile da controllare.

Per cui qualunque legge che si cerca di fare, nessuna tiene conto dell’istinto di sopravvivenza che “se ne frega” delle regole. Alla fine con o senza armi da fuoco, il cervello scatterà cercando una via più rapida per la sopravvivenza.

Ovviamente non si può vivere in un posto senza regole che tutelino l’incolumità propria ed altrui. Tuttavia queste regolamentazioni dovrebbero essere più a favore dell’aggredito e non cercare una equa divisione di colpe. L’aggredito se reagisce avrà sempre “una marcia in più” che lo porterà a essere più letale, proprio a causa del suo istinto di sopravvivenza.

Più ci evolviamo più cerchiamo di nascondere che in realtà siamo animali con degli istinti non controllabili soprattutto se c’è la vita in mezzo.

Concludo con un vecchio adagio sempre attuale e che toglie tutti i dubbi sul da farsi in caso di pericolo per se e per gli altri: “meglio un brutto processo che un bel funerale”.

Alberto Bertino

Difesa personale e sport da combattimento

Difesa personale e sport da combattimento

 

Ho iniziato la pratica delle arti marziali a causa di un’aggressione da parte di due tizi, per colpa di quella certa ingenuità che contraddistingue un adolescente di paese che si trova in una città più grande.
A prescindere dal risultato  ho sperimentato li per la prima volta ciò che significa doversi difendere, come bisogno primordiale di proteggersi da attacchi che mirano a difettare in modo più o meno permanente il tuo corpo ed in via più estrema toglierti la vita al chiaro scopo di avere qualche vantaggio (rapina, prevaricazione per senso di superiorità ecc..).
Ovvio che questo presuppone un combattimento.
Ma, e qui sta l’errore più comune,  non stiamo parlando di un incontro sportivo. Un’aggressione (combattimento REALE) è qualcosa di più complesso di un evento in cui due contendenti protetti da protezioni, materassini antiurto e sotto l’attenta e pronta sorveglianza di un arbitro si scontrano per aggiudicarsi un pezzo di metallo
In un’aggressione sperimenti quello strano senso di vuoto in testa, di rallentamento dei tempi di confusione generale che non sperimenti mai in gara.
Chi subisce un’aggressione è stato scelto.

Evidentemente negli occhi dell’aggressore la potenziale vittima è abbastanza debole per permettere una facile vittoria. Nel mio caso è stata superiorità numerica,ero momentaneamente solo, con la faccia pulita da persona che non avrebbe reagito. Proprio questo punto il loro errore.
Non è corretto paragonare un’aggressione ad un combattimento sportivo.  In strada non esistono colpi proibiti, non esistono regole ne resa. Questo non vuol dire che un praticante di sport da ring o arti marziali in strada dovrà avere la peggio, ma semplicemente porre l’attenzione sul fatto che strada e tatami, gabbia e ring, sono cose diverse.
Molte arti marziali non sono state codificate con lo scopo di ottenere la massima efficacia in combattimento, ma per permettere ai praticanti di compiere un cammino di crescita personale. Sono nate come mere tecniche di combattimento reale e militare. Poi si sono via via “ingentilite” o sono mutate in sport da combattimento (spettacolo) in cui due contendenti si confrontano in un contesto controllato e di quasi identica capacità fisica (le categorie di peso per intenderci) in cui l’unica componente discriminante sarebbe l’abilità tecnica.
Niente armi, inferiorità numerica, aggressori che pesano il doppio di te.
Da quella prima sperimentazione sul campo di aggressione ne sono seguite altre e ho iniziato a imparare alcune lezioni importantissime, che riguardano il combattimento reale.
Innanzitutto in un combattimento non si può evitare di farsi male e di fare male all’avversario. Se un marzialista pensa di riuscire a controllare l’avversario senza fargli del male, vive su un altro pianeta. Questo però porta al fatto che un combattimento può avere gravi conseguenze legali, psicologiche e sanitarie. Prendere parte a una rissa o rispondere a un attacco in modo sproporzionato sono reati penali.
La giurisprudenza non vi darà mai ragione se colpite un uomo e gli rompete il naso, o un braccio o gli procurate un trauma testicolare anche se non siete stati voi ad iniziare. Senza contare che l’aggressore può essere malato e il contatto con la sua saliva o sangue potrebbe provocarvi danni ben più gravi di quelli che creereste a lui colpendolo.
Fattore decisamente diversificante rispetto ad un combattimento sportivo è la necessità di combattere contro più aggressori, o dover affrontare un aggressore armato.
La risonanza che può avere un’aggressione perpetrata con un’arma da fuoco è maggiore rispetto ad una bastonata o coltellata e questo perché nell’immaginario collettivo una pistola è più pericolosa di un coltello. Tuttavia bisogna considerare che i coltelli sono letali perché essendo leggeri permettono movimenti molto veloci, non in linea retta come un’arma da fuoco, e sono anche più semplici da reperire. Basti pensare ai coltelli da cucina.
Per tutti questi motivi un combattimento da strada fa paura, quindi è sempre meglio evitarlo. Un combattimento evitato è un combattimento vinto. Per citare Star wars “usa la forza” intesa come intelligenza.
Alcune volte però non c’è modo di evitare lo scontro (per fortuna rare volte). In quei rari casi bisogna pensare che si sta combattendo per la propria o altrui incolumità o addirittura vita in quel caso se ci si sente in serio pericolo. Non ci si può permettere il lusso di essere “corretto” nei confronti dell’aggressore, usare colpi diretti agli occhi, ai genitali e cercare di sfruttare ogni minimo vantaggio (momentanea disattenzione dell’aggressore, armi improvvisate, piazzamento del primo colpo ) senza sprecarlo inutilmente, cercare sempre di concludere il combattimento nel minor tempo possibile e via come il vento…
L’aggressore probabilmente è più forte, potrebbe essere ubriaco o drogato. Più aumenta la durata del combattimento, più aumenta la probabilità di soccombere, senza contare che un aggressore sotto l’effetto di stupefacenti non è molto recettivo al dolore, potete colpire in volto un ubriaco diverse volte senza che egli senta il ben che minimo dolore, senza contare i possibili danni che possono accorrere alla vostra un pugno che colpisce il cranio dell’aggressore (non avete guantini, fasce ad altre protezioni per le nocche. Rompersi una mano colpendo qualcuno non è un evento poco probabile).
Un altro importante aspetto è Evitare di finire a terra.
Grappling, BJJ ed altri sistemi specializzati nella lotta a terra combattono usando ginocchiere imbottite e su materassini, senza incorrere nel rischio di sbattere su un gradino mentre tenti un flying armbar, tagliarti con del vetro sul suolo, dover fronteggiare un’aggressione di gruppo o qualcuno armato. Trovarsi a terra e fronteggiare gli scenari sopraesposti equivale quasi a un suicidio.
Quindi Fly o fight reaction? (combatto o fuggo)uno dei grandi paradossi delle arti marziali, non c’è una soluzione univoca, ribadisco che per me
UN COMBATTIMENTO EVITATO è UN COMBATTIMENTO VINTO…MA SOLO QUANDO è POSSIBILE.
L’allenamento serve per imparare a gestire le situazioni senza farsi prendere dal panico evitare lo scontro, ed in ultima analisi a combattere per la propria incolumità o vita.

Alberto Bertino

Stage con Amnon Darsa

Il 14 gennaio 2012 si è tenuto a Bari, presso il centro sportivo Country Club, uno stage con ospite il maestro Amnon Darsa. Proveniente da Israele, Amnon Darsa è uno dei più importanti istruttori di krav maga a livello internazionale. Nato nel 1973, si è avvicinato al krav maga a tredici anni ed è stato assistente e braccio destro di Eyal Yanilov per quindici anni. Attualmente è istruttore senior presso il Wingate Institute di Netanya.

Probabilmente alcuni considererebbero da folli, finire una lezione di krav maga alle 22 e 30 e mettersi in macchina alle 23, guidare poi per sette ore consecutive, arrivare a destinazione e partecipare ad uno stage di cinque ore, tutto questo senza nessuna pausa. Forse per alcuni sì, è da folli, ma c’è gente che lo fa ed è anche felice e soddisfatta.
Arrivare a Bari non è stato complicato, quasi più difficile trovare il Country Club, situato fuori città, in località S. Caterina. Teatro dello stage: un capannone molto ampio, data l’ottima affluenza di partecipanti. Lì per lì da parte mia c’è stato qualche momento di perplessità, sia per il fatto di non avere molta esperienza e quindi dubbi sull’essere o no in grado di seguire l’allenamento, sia perché pur sapendo benissimo che il krav maga non ha distinzione di sesso o preparazione atletica, c’è sempre il timore dato dal fatto di essere una ragazza. Le donne presenti in totale erano quattro me compresa, ma dopo pochissimi minuti era completamente sparita ogni remora al riguardo.
Lo stage è iniziato in perfetto orario e il maestro Darsa si è subito presentato, grazie all’interprete che traduceva dal francese e talvolta dall’inglese le istruzioni del maestro.
La prima fase è stata di riscaldamento, senza corsa ma con una serie di esercizi specifici, i primi dei quali piuttosto tradizionali, altri più insoliti, almeno all’occhio di un profano.
La seconda fase è stata dedicata all’apprendimento di tecniche di disarmo da minaccia da pistola. A questa tecnica sono seguite: difesa da attacco contro coltello, difesa a terza persona e infine difesa da attacco multiplo.
Il maestro ha spiegato ogni tecnica con assoluta chiarezza, con ripetuti esempi, facendo poi esercitare tutti noi a coppie o a gruppi di tre, osservando e correggendo se il caso, con grande personalità e senza nessuna presunzione, un elemento che ho trovato molto piacevole.
L’unico neo della giornata è stato il clima gelido, che però non è servito per niente a spegnere l’entusiasmo. E’ questo quello che ho apprezzato e che mi ha lasciato felice di aver partecipato a questo stage. Al di là dell’essere super preparati, geni del krav o perfetti neofiti, ciò che ho avvertito nell’aria è l’aver condiviso un’esperienza formativa con altri appassionati e che lascia superare stanchezza o freddo o timore di qualsiasi altra cosa possa interferire.

Silvia Causale

 

Si ringraziano vivamente i miei compagni di viaggio e il maestro Amnon Darsa, nonchè l’intera organizzazione dello stage.