Eventi – Spartan War – Randazzo 28/06/2015

L’estate si avvicina, le attività in palestra rallentano, ma Etna Defense System – Krav Maga Catania non si ferma mai!
Siamo lieti di annunciare un nuovo evento a tutti gli appassionati.
Pronti per mettervi alla prova?

Spartan War – Randazzo

kravmagacatania

Krav Maga Catania – La mia arte è migliore

Le arti marziali: una nessuna e centomila

Non so neanche quanti stili e denominazioni di arti marziali esistano. Ci sono sistemi “aperti”, arti marziali classiche, sport da combattimento etc.etc.

Ogni giorno qualcuno mi chiede se conosco uno stile con un nome indiano impronunciabile, oppure se ho sentito parlare della segreta arte dell’amemesakasà etc. Sono tutte talmente segrete che non possono essere divulgate, anche se per darmi indicazioni mi mostrano un segreto filmato su Youtube.

Ovviamente la mistica e segreta arte dell’amemesakasà è migliore di qualunque altro sistema, e se chiedi a tutti i praticanti delle diverse discipline, ti diranno tutti la stessa cosa: “La mia arte è migliore” vuoi per i filmati su Youtube, vuoi perché “mio cugino una volta mi ha detto che ha ucciso tre persone perché ha fatto quattro mesi di karajukido e tre di k-arakiri”.
Ognuno disprezza l’operato degli altri esaltando il proprio (cosa peraltro fatta anche tra istruttori della stessa disciplina)

Credo che un uomo sia fatto da due braccia, due gambe e (optional) da un cervello. Non credo che esistano dei vangeli dogmatici in cui siano scritti in modo univoco le arti marziali e il modo di applicarle.
Purtroppo o per fortuna viviamo in un’epoca, dove il confronto fisico e la “sfida” fra stili non si pratica più e neppure si ha modo di conoscere la reale utilità in caso di scontro.

Credo pertanto che la miriade di stili siano frutto d’interpretazione e adeguamenti personali a tecniche trasmesse da qualcun altro. Cosa corretta poiché ciò che può essere funzionale a un individuo può essere totalmente inefficace per un altro.

La cosa migliore quindi sarebbe cercare di praticare più stili possibili, con l’umiltà di voler ricevere insegnamenti senza stravolgere ciò che fino allora si è appreso se non aggiungendo metodi e tecniche diverse al proprio bagaglio e cercando di studiare e migliorare ciò che si conosce.

In anni di pratica marziale l’insegnamento migliore che ho ricevuto recita cosi:

“Su dieci insegnanti di Krav Maga che incontrerete troverete altrettanti metodi e tecniche su uno stesso scenario e tutti avranno la pretesa, reale o presunta di essere efficaci.
Ai vostri allievi, allora, più che trasmettere una tecnica dovete dare un principio, lavorare sull’aspetto psicologico, lasciarli sperimentare e trovare da soli le strategie a loro più congeniali”.

Nel Krav Maga come nella vita, questo è un principio cardine per risolvere tutte le situazioni: trovare la strada anche sbagliando. Credo sia meglio questo, più che impostare una rigida struttura tecnica.
Questo mi porta a credere che non esista l’arte suprema se non quella coltivata in modo “personale” e che un buon insegnante sia quello che lascia ragionare i propri studenti senza scadere nel nozionismo.

Alberto Bertino

Gare e krav maga – un grosso nonsenso

Più tempo passa e sempre di più sono gli eventi organizzati come gare di krav maga.
La formula proposta (almeno quella che conosco io) è quella “individuale o a squadre” in cui uno o più persone eseguono ciò che spacciano per “tecniche letali”, con maestria ed eleganza tanto da ricordare i ballerini di danza, qui statta la prima domanda: “come fai a dimostrare una tecnica letale”??.
Sia chiaro vedere le dimostrazioni, è una cosa piacevole nonché lodevole da parte di chi usa il tempo per organizzare tutto. Trovo che lo sforzo nel gestire le lezioni insieme con le prove della dimostrazione sia una cosa molto impegnativa per allievi e istruttori.
Ciò che non comprendo è il voler fare una gara di dimostrazioni, poichè di questo si tratta o gare sportive di combattimento.
Per onestà a chi si avvicina alla disciplina chiarisco che “se vuoi competere cerca un’altra disciplina”.
Chi vuole fare competizioni dovrebbe indirizzarsi verso la boxe, la lotta libera o le MMA solo per citarne alcune, discipline nate per la competizione perché prevedono un combattimento regolamentato. Oppure cercare di praticare più discipline per rendersi conto di ciò che realmente cerca (cosa che anche a chi pratica da anni un solo stile. Praticare più discipline permette di avere un bagaglio tecnico più ampio e una mente più aperta), se qualcuno desidera partecipare a competizioni di lotta può orientarsi nelle discipline sopracitate o provarne altre MA NON DEVE SCEGLIERE IL KRAV MAGA!!
Il krav maga è nato per la difesa personale, non prevede competizioni, ne le sue tecniche sono “sportive” (dita negli occhi, calci ai genitali e morsi….non mi sembrano tanto sportive….), forse potrà essere antieconomico insegnarlo rispetto alle discipline che prevedono competizioni. Tuttavia, se si sceglie una via bisogna perseguirla senza cercare capziosi sotterfugi commerciali al fine di tenersi un possibile allievo (leggasi pollo da spennare), propinando delle gare senza senso a cui l’allievo potrà partecipare e che una volta vinto il “primo posto” avrà la sua bella coppa/medaglia da incorniciare dove sarà scritto “primo posto campionato di krav maga”. Credo sarebbe stato più utile utilizzare il tempo impiegato a preparare la competizione nell’esercitarsi all’applicazione delle tecniche “sotto stress” ad esempio, e non impegnarsi in qualcosa che alla fine non ha costrutto.

Alberto Bertino

Coltello – quattro dita o disinformazione?

Ho deciso di scrivere questo post poiché giorni fa in armeria (luogo di mia assidua frequentazione) ho sentito un acquirente di un coltello che esternava con il proprietario considerazioni inverosimili sulla possibilità di portarsi dietro l’attrezzo appena comprato, (un coltello a serramanico abbastanza notevole).
Ovviamente non ho preso parte alla discussione poiché non conoscevo l’acquirente del coltello e non volevo pertanto intromettermi. Non sono però riuscito a trattenere una timida risata quando ho sentito che come “giustificato motivo” adduceva il dover “tagliare il pane”.

Premetto che non sono un giurista, tutto ciò che scrivo l’ho preso da fonti giuridiche accessibili a tutti (leggasi internet, riviste di settore e libri) non di meno ho chiesto, commentato e discusso con appartenenti alle forze dell’ordine, avvocati penalisti e semplici appassionati.
Ciò che riporto è opinione condivisa e dettata anche dal semplice buonsenso:

 

Domanda: il coltello è un’arma o un attrezzo?

Risposta: il coltello è entrambe le cose, infatti può essere considerato, attrezzo o “arma bianca” o ancora in campo giudiziario anche “arma impropria” (qualunque oggetto il cui scopo di creazione non è l’essere un’arma ma che lo può diventare qualora se ne facesse un uso “improprio”)

Domanda: posso acquistare un coltello?

Risposta:si, si possono acquistare tutti i tipi di coltelli, per i coltelli ctalogati come “arma” (a scatto, doppio filo, baionetta ecc.. )bisogna avere licenza di acquisto rilasciata dalla questura e relativa denuncia, anche per collezionismo.

Domanda: Posso portare un coltello dietro?

Risposta: dipende!!(classica risposta italiana) puoi portare un coltello dietro se hai un “giustificato motivo” e per giustificato motivo non si contempla quello della difesa personale, tagliare pane, sbucciare frutta.

Precisiamo che stiamo considerando lame a punta acuminata, non  coltelli a punta arrotondata che si potrebbroe configurare come “arma impropria” in caso di uso…per cosi dire scorretto.

Per cui se ad un controllo vi trovano con un coltello è meglio che abbiate un giustificato motivo per avere un attrezzo/arma di questo tipo addosso (andate a cercare funghi nel bosco, o a caccia o in campagna per eseguire i lavori, ad una manifestazione di Aido ecc.. ecc..)

Domanda: posso trasportare un coltello?

Risposta: Il porto di un oggetto si configura come immediata disponibilità all’uso, il trasporto invece come spostamento da un ipotetico luogo di origine ad un luogo di destinazione senza per forza essere immediatamente disponibile. Purtroppo la legge non fa una netta e chiara differenza tra porto e trasporto indicando luoghi e modi dove si configura il porto ed il trasporto. Sicuramente il TRASPORTARE un coltello dall’armeria alla propria abitazione nell’abitacolo dell’auto senza fodero e sul sedile di fianco ne rende la situazione configurabile come porto. Se si trova nel cofano impacchettato e chiuso la situazione risulta differente.

Domanda: ma se ho un coltello inferiore alle 4 dita lo posso portare?

Risposta: La legge NON indica da nessuna parte come misura “permessa” le 4 dita, ciò nasce dall’errata interpretazione dell’Art. 80 TULPS che recita:

“Sono fra gli strumenti da punta e da taglio atti ad offendere, che non possono portarsi senza giustificato motivo a norma dell’art. 42 della Legge:i coltelli e le forbici con lama eccedente in lunghezza i quattro centimetri; le roncole, i ronchetti, i rasoi, i punteruoli, le lesine, le scuri, i potaioli, le falci, i falcetti, gli scalpelli, i compassi, i chiodi e, in genere, gli strumenti da punta e da taglio indicati nel secondo comma dell’art. 45 del presente regolamento.

Non sono, tuttavia, da comprendersi fra detti strumenti:

  1. a) i coltelli acuminati o con apice tagliente, la cui lama, pur eccedendo i quattro centimetri di lunghezza, non superi i centimetri sei, purché il manico non ecceda in lunghezza centimetri otto e, in spessore, millimetri nove per una sola lama e millimetri tre in più per ogni lama affiancata;
  2. b) i coltelli e le forbici non acuminati o con apice non tagliente, la cui lama, pur eccedendo i quattro centimetri, non superi i dieci centimetri di lunghezza.”.

ora, considerando che “4 dita” misurate nella parte delle falange in una mano di un uomo di costituzione media sono circa 6 cm…svelato l’arcano delle “4 dita”. (tutti di corsa con i righelli a misurarsi le falangi)

Tuttavia ci ha pensato la legge 110/75 a abrogare la misura dei 6 cm di lama considerando indistintamente Il coltello come arma impropria, ad eccezione delle lame classificate come armi.

In definitiva se ad un controllo delle forze di polizia vi dovessero trovare con un coltello, bisogna che:

  • Abbiate un giustificato e dimostrabile motivo!
  • Sia riposto in un luogo NON facilmente raggiungibile in modo da non renderne immediato l’uso.
  • Sia sufficientemente chiuso in modo da non renderne immediato l’uso
  • Considerare sempre che un agente di controllo DEVE pensare che la persona che sta controllando è in malafede, per cui sta a voi dimostrare in modo incontrovertibile il contrario.

Spero che queste poche righe siano di spunto di riflessioni e…. perché no di dibattito.

In previsione della festa delle donne

L’articolo che segue è stato scritto da una donna per le donne e pubblicato l’otto marzo 2012 in occasione della famigerata festa.
Nessuno è stato maltrattato durante la stesura dell’articolo, il quale non è stato scritto da una vecchia zitellona acida o da una nerboruta individua di stampo femminista.

La festa della donna. In un paese dove se è vero che il sessismo c’è ed è una realtà, è altrettanto vero che la maggior parte delle esponenti del gentil sesso non si impegna per cambiare le cose. Però ci si deve ricordare della festa delle donne e festeggiare, diamine! Festeggiare cosa non l’ho mai capito.

Schiere di donne che si precipitano a prenotare improbabili serata con tronisti nudi o cene “solo al femminile”, rigorosamente bandite agli uomini, che tutti solleciti comprano rametti di mimose e danno un bacio alla compagna facendole gli auguri.
Si donne, uscite pure a guardare i vostri tronisti nudi, senza ricordarvi che una donna è una donna sempre e non ha bisogno di nessuna giornata particolare a lei dedicata. Si festeggia la donna. E quindi? Che cambia? Dopo l’uscita con le amiche cosa sarà cambiato? Certo, poi magari con aria saputa qualcuna dirà: “si si ma certo,ovviamente ricordiamo le donne bla bla morte in quel terribile incendio che non ricordo quando sia avvenuto”. Per forza non lo ricordi. Non te ne è mai fregato niente  e non bastano due parole sentite chissà dove per darsi l’aria da “quellaimpegnatachefalecoseperchèlesentedentro”.
Peraltro, il terribile incendio non è mai avvenuto. Si ricollega ad un altro tragico fatto (l’incendio della ditta Triangle, nella quale effettivamente perirono tra le fiamme numerose operaie) ma che non ha nulla a che vedere con questa storia farlocca che circola di bocca in bocca. Un incendio che è avvenuto si in una fabbrica ma mai l’otto di marzo.

Riporto da Wikipedia:

“L’incendio di New York è uno degli eventi commemorati dalla Giornata Internazionale della Donna ma non è da questo, come erroneamente riportato da alcune fonti, che trae origine la Giornata della donna. La connotazione fortemente politica della Giornata Internazionale della Donna, l’isolamento politico della Russia e del movimento comunista e, infine, le vicende della Seconda guerra mondiale, contribuirono alla perdita della memoria storica delle reali origini della manifestazione. Così, nel dopoguerra, cominciarono a circolare fantasiose versioni, secondo le quali l’8 marzo avrebbe ricordato la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York  facendo probabilmente confusione con l’incendio della fabbrica Triangle.”.

Da praticante di krav maga , vedo come sia sempre più triste il panorama femminile. La bestia uomo ha senza dubbio le sue colpe ma, come dico sempre, lui si comporta in un certo modo, ma sono molte le donne che lo permettono.
Viviamo una situazione estremamente delicata e ne sono prova le notizie di cronaca sempre più drammatiche.
Un profondo pessimismo mi spinge a pensare che non sempre esse sono inevitabili e, che se non possiamo educare l’uomo a non farci del male, allora dobbiamo educare noi stesse a reagire. E smettiamo di pretendere le mimose una volta l’anno, imparando a farci rispettare. In questo senso studiare autodifesa mi ha aiutata moltissimo.
Durante le lezioni lavoriamo in coppie sempre diverse, evitando il più possibile che due ragazze lavorino insieme, proprio per abituarsi all’approccio donna contro uomo. All’inizio ero timorosa, avevo paura di farmi male e di non riuscire a reagire alla tensione di un uomo che ti arriva addosso simulando un’aggressione.
Le prime volte le ho prese, ero piena di lividi e profondamente sfiduciata. Poi a poco a poco mi sono sbloccata e ho iniziato a darle, oltre che prenderle. Livido dopo livido ho capito che la mia era una paura solo immotivata. L’avversario può essere anche più alto, più forte, ma io non ho più paura di avere paura.

Silvia Causale

Fisiologia e aggressione

Fisiologia e aggressione

 

La difesa da un’aggressione non si svolge mai in condizioni chiare, nitide e lineari.
Inoltre non sapremo anticipatamente quale sarà il terreno di scontro.

Serve poco imparare decine di tecniche in condizioni di calma e sempre sullo stesso terreno (in genere il campo aperto e libero della sala in palestra).
Se poi i fattori cruciali che determinano la sopravvivenza non vengono tenuti in considerazione.

Questi fattori sono sostanzialmente fattori psicofisici e strettamente legati allo Stress.

Per stress si intende la risposta fisiologica che il corpo e la mente hanno a seguito di un cambiamento, per cui lo stress non è per forza di cose una componente negativa ma semplicemente una “risposta” ad uno stimolo esterno.

In particolare l’intensità dello stress corrisponde all’attivazione di alcune funzioni del nostro organismo che può essere schematizzata in livelli, ognuno dei quali corrisponde un certo grado di efficienza fisica. Se aumentiamo le nostre capacità di effettuare manovre “di emergenza” ,diminuiamo o addirittura perdiamo la capacità delle manovre “di precisione. Di conseguenza risulta limitativo ai fini di uno scontro essersi allenati a colpire con precisione alcuni punti sensibili dislocati in poca superficie del corpo, a scapito di azioni veloci e dirompenti.

Per comprendere come lo stress influenzi la nostra capacità percettiva e la nostra difesa, facciamo un esempio estremizzato e forse poco probabile ma utile per capire i meccanismi fisiologici di risposta:

Sono per strada vicino a dei negozi, guardo le vetrine in cerca di un oggetto di interesse, sono calmo, rilassato e con la testa libera da ogni pensiero, sono in una cosiddetta zona bianca nessun pensiero, nessun timore.

Da lontano vedo due che discutono animatamente li osservo, ed entro in stato di allerta senza però entrare in panico, passo cioè da una zona bianca ad una gialla di vigile attenzione.

La mia frequenza cardiaca subisce un aumento poiché comincia ad entrare in circolo l’adrenalina. Il mio corpo percepisce stress, ma ancora non è pronto allo scontro.

Ritornando alla scena, causa forze maggiori non potendo cambiare strada, entro in contatto fisico con uno dei due, un involontario tocco o un’occhiata prolungata ed ecco che mi ritrovo uno dei due litiganti con l’intenzione di sfogare tutto su di me e con chiare intenzioni aggressive.

Il mio corpo reagisce aumentando la frequenza cardiaca, è pronto a sferrare colpi veloci e potenti o a scappare velocemente. La mente è capace di elaborare pensieri molto rapidamente, e percepisce tutto con straordinaria lucidità ma perde la motricità fine, la capacità di coordinazione complessa.
Si passa dalla zona di stress gialla alla zona rossa, dove il corpo è in una postura simmetrica, la testa incassata tra le spalle ed i muscoli contratti pronti a scattare.
Se l’azione non si interrompe o non so gestire la situazione allora lo stress aumenta e passo dalla zona rossa alla zona nera dove si perdono quasi tutte le abilità motorie, l’udito risulta inibito, la vista si annebbia, il senso del tempo viene distorto e la percezione del dolore si annulla. Si entra nella fase di panico dove si resta pietrificati e in balia del mio aggressore.

Le implicazioni dello stress nel combattimento risultano perciò molteplici, critiche e differenti ; ogni zona ha le sue conseguenze e porta ad azioni più o meno opportune, poiché ognuno ha una percezione e gestione dello stress diversa .

A conclusione nella pratica della difesa personale lo studio degli effetti stressanti deve essere una componente fondamentale, lo stress può essere Prevenuto, Gestito e Rielaborato grazie ad un opportuno allenamento e alla diversificazione dell’addestramento in funzione del soggetto, ignorare o non dare la giusta importanza agli effetti sopracitati, equivale a non avere un’adeguata preparazione al combattimento.

Le cinture nella difesa personale

Il sistema di cinture e la difesa personale

Quando si parla di arti marziali la classica domanda che non manca è:”che cintura sei??” o comunque qual è il tuo “grado”?
Nella difesa personale negli ultimi anni si sente parlare di cinture, livelli, livello studenti e livello istruttori.
Ma è così indispensabile codificare un sistema di difesa personale?
Perché si è arrivato a questo?
perché si maschera con espressioni tipo “nel krav maga non ci sono cinture ma esami per valutare il livello di apprendimento”??..peccato che le stesse persone che dovrebbero “far apprendere” chiedono soldi per fare questi esami di apprendimento…una mia considerazione..
ma se sono i tuoi allievi che segui, cui insegni, che conosci personalmente, non valuti forse il loro livello di apprendimento a ogni lezione? Perché li fai pagare per questo evento, se l’esaminatore sei tu stesso? Se un tuo allievo non riesce a comprendere una tecnica la colpa è sua, o forse tua che non sai spiegarla? Cosa farai, allora? E se si tratta di un tuo allievo indiretto (l’allievo di un allievo). Se ritieni che un tuo allievo possa insegnare, è come se tu stesso lo facessi.
Detto francamente, un istruttore che fa fare esami ai suoi stessi allievi, o non presta loro attenzione durante lo svolgimento delle lezioni o vuole semplicemente lucrare. Senza parlare poi di chi scarica la colpa sulla federazione di appartenenza.
Se vogliamo fare una valutazione il krav maga è nato in ambiente militare con Imi Lichtenfeld. Dopo il ritiro dalle forze armate Imi iniziò a insegnare ai civili introducendo il sistema di codifica delle cinture, oggi adottato non solo in Israele.
Questo perché un sistema codificato da la possibilità all’istruttore di insegnare in modo graduale e sistematico. Ripeto ma è davvero così indispensabile codificare un sistema di difesa personale?
Se parliamo di arti marziali tipo karate, kung fu ecc..ok esse sono discipline che ti accompagneranno tutta la vita attraverso una ripetizione gestuale e la ricerca spasmodica e infinita della perfezione tecnica ma parlando di un sistema di difesa personale, devi rendere la persona capace di reagire nel tempo più breve possibile. Per reagire intendo anche avere la lucida freddezza di scappare invece di restare pietrificati ed in preda al panico davanti all’aggressore…
Questa valutazione del livello di apprendimento non puoi certo farla con un esame di qualche ora, ma valutando nel corso di mesi o anni per ogni singolo allievo.
Purtroppo per alcuni è più semplice dare illusioni e diplomi.

Disarmare o non disarmare, è questo il problema.

Disarmare o non disarmare?

Da diverso tempo seguo dibattiti e spiegazioni sull’impossibilità di reagire da un’aggressione armata e ancor di più a disarmare un aggressore con un coltello o una, anche se l’aggressore non è un“esperto” e sull’inutilità e pericolosità nell’insegnare queste tecniche.

La cosa mi tocca in prima persona perché appartengo a quella categoria di gente che ha perso molto tempo nel cercare di imparare tecniche di reazione e disarmo. Non per ultimo, le insegno.

Tuttavia sono il primo ad affermare  che le tecniche di disarmo sono inutili e pericolose.
Anche le persone dalle quali le ho apprese hanno lo stesso parere.
I motivi sono semplici, come scoprire l’acqua calda. Ma, poiché ultimamente c’è anche chi fa formazione  di krav maga online, non credo che l’ovvio sia poi tale per molti.

 

1-quando si prova una tecnica in palestra si è in condizioni di assoluta tranquillità, e anche quando si fanno gli esercizi sotto stress, si è consapevoli che a parte qualche contusione (e qualche volta una nottata in ospedale) non si rischia molto. Le vostre menti saranno perciò più o meno calme.
2-il compagno è “collaborativo”, perché vi permette di imparare (magari sempre quando si fa il sotto stress  molto meno..). Cercherà, però, di farvi eseguire la tecnica in modo da permetterne l’assimilazione.

 

3-pensate solamente a quante “potenziali” ferite vi siete procurati (se lo avete mai fatto) allenandovi con coltelli e pistole finti (i segni del colore o i pallini di vernice sui vestiti)…. e ragionate.

4-Per quanto veloci, allenati e forti, non riuscirete a fermare una 357 Magnum.

Certo, sempre che non vi siete allenati online stando comodamente seduti a casa davanti il vostro PC con chi ha il vero segreto del krav maga o di un’altra arte marziale.

Nonostante questo, sono convinto che sia corretto allenarsi a reagire a un’aggressione armata. Per spiegare il mio punto di vista userò come esempio due situazioni limite, una delle quali accaduta realmente a un mio conoscente:

  • ti trovi in giro per la città e stai per rientrare in casa. Ti  si avvicina un tizio con un coltello e ti chiede i soldi. Cosa fai?
    Se qualcuno che risponde “provo a disarmarlo” … allora non hai dubbi quello è un idiota.Ad ogni modo, decidi di consegnare i soldi all’aggressore.  Ne hai pochi (un centinaio di euro) e non gli bastano. Allora comincia a spingere puntando il coltello, chiedendo altri soldi e volendo sapere dove stavi andando, se avessi un bancomat etc. etc. Rispondi che stavi andando a casa, allora lui incalza e dice che vuole venire con te. Che fare?
    Se qualcuno risponde “cerco di scappare appena posso”, allora non hai dubbi quello ha un cervello.
    Così cominci a camminare cercando attorno a te il momento buono per scappare ma non trovi facili e accessibili vie di fuga.
    Dopo qualche minuto l’aggressore comincia a innervosirsi e ti molla un pugno non capisci dove. Forse sull’orecchio perché stordito, ti tocchi sotto il lobo e ti accorgi che stai sanguinando (si riscontrerà in seguito un danneggiamento permanente del timpano). Preso da paura, lo accompagni a casa tua…dove c’è tua sorella sola in casa che ti aspetta ….e qui mi fermo.
    Mi chiedo: ma notando che non avevi altra via di uscita è sconsiderato tentare di reagire e scappare..non dico “disarmare” ma tentare una reazione? Poiché non hai altra strada…è cosi inutile e pericoloso tentare?

 

  • Esempio estremo: sei con tuo figlio di pochi mesi in giro e ti stai avvicinando alla macchina.
    Apri la portiera, e sistemi tuo figlio sul seggiolino posteriore. Quando stai per metterti al volante, un tizio ti punta una pistola e vuole i soldi .
    Che fai?
    Ovvio glieli do fino all’ultimo centesimo e oltre non metto in pericolo la mia vita e quella di mio figlio per soldi… qualunque sia la cifra.
    L’aggressore però non si accontenta.  Vuole l’auto.
    Che fai?
    Slaccio mio figlio dal seggiolino e gli do l’auto. Vorrà dire che andrò a lavoro con un passaggio.  Almeno non mi ha sparato e quindi prima o poi posso ricomprare un’altra auto…poi se ho l’assicurazione furto e incendio chi se ne frega.
    L’aggressore ha fretta e non vuole che slacci mio figlio dal seggiolino, m’intima di sbrigarmi ad andarmene. Mi punta un’arma addosso. Probabilmente è sotto stupefacenti.
    Che fare?
    Beh, in quel caso mi chiedo, è tanto sconsiderato provare una reazione? E poiché non posso “colpire e scappare” ma devo necessariamente disarmarlo perché non posso lasciare mio figlio alla sua mercé, è tanto sbagliato tentare un disarmo?

Concludendo sono convinto fermamente che tentare un disarmo sia inutile e pericoloso.  Qualunque tecnica studiata ha le sue limitazioni, dettate dal contesto o dalla tipologia di applicazione. Ancor più inutile e pericoloso è insegnare qualche fantomatica tecnica sperimentata sul campo (di patate?) da qualche sedicente maestro istruttore online di paracadutisti /scalatori del neonato stato del Fasanistan, o a qualche idiota suicida che lo applicherà se gliene dovesse malauguratamente capitare l’opportunità.
Bisogna includere nell’addestramento scenari con aggressioni armate per far capire ai potenziali aspiranti suicidi che, non è tanto facile avere a che fare con un aggressore armato e, di lasciar stare youtube e quantomeno di cercare di studiare la strategia più corretta (leggasi limitare i danni) nel caso in cui ci si trovasse davanti a una situazione limite nella quale volente o nolente devi reagire.
Vivere o morire a te la scelta.
Alberto Bertino

 

Difesa personale e sport da combattimento

Difesa personale e sport da combattimento

 

Ho iniziato la pratica delle arti marziali a causa di un’aggressione da parte di due tizi, per colpa di quella certa ingenuità che contraddistingue un adolescente di paese che si trova in una città più grande.
A prescindere dal risultato  ho sperimentato li per la prima volta ciò che significa doversi difendere, come bisogno primordiale di proteggersi da attacchi che mirano a difettare in modo più o meno permanente il tuo corpo ed in via più estrema toglierti la vita al chiaro scopo di avere qualche vantaggio (rapina, prevaricazione per senso di superiorità ecc..).
Ovvio che questo presuppone un combattimento.
Ma, e qui sta l’errore più comune,  non stiamo parlando di un incontro sportivo. Un’aggressione (combattimento REALE) è qualcosa di più complesso di un evento in cui due contendenti protetti da protezioni, materassini antiurto e sotto l’attenta e pronta sorveglianza di un arbitro si scontrano per aggiudicarsi un pezzo di metallo
In un’aggressione sperimenti quello strano senso di vuoto in testa, di rallentamento dei tempi di confusione generale che non sperimenti mai in gara.
Chi subisce un’aggressione è stato scelto.

Evidentemente negli occhi dell’aggressore la potenziale vittima è abbastanza debole per permettere una facile vittoria. Nel mio caso è stata superiorità numerica,ero momentaneamente solo, con la faccia pulita da persona che non avrebbe reagito. Proprio questo punto il loro errore.
Non è corretto paragonare un’aggressione ad un combattimento sportivo.  In strada non esistono colpi proibiti, non esistono regole ne resa. Questo non vuol dire che un praticante di sport da ring o arti marziali in strada dovrà avere la peggio, ma semplicemente porre l’attenzione sul fatto che strada e tatami, gabbia e ring, sono cose diverse.
Molte arti marziali non sono state codificate con lo scopo di ottenere la massima efficacia in combattimento, ma per permettere ai praticanti di compiere un cammino di crescita personale. Sono nate come mere tecniche di combattimento reale e militare. Poi si sono via via “ingentilite” o sono mutate in sport da combattimento (spettacolo) in cui due contendenti si confrontano in un contesto controllato e di quasi identica capacità fisica (le categorie di peso per intenderci) in cui l’unica componente discriminante sarebbe l’abilità tecnica.
Niente armi, inferiorità numerica, aggressori che pesano il doppio di te.
Da quella prima sperimentazione sul campo di aggressione ne sono seguite altre e ho iniziato a imparare alcune lezioni importantissime, che riguardano il combattimento reale.
Innanzitutto in un combattimento non si può evitare di farsi male e di fare male all’avversario. Se un marzialista pensa di riuscire a controllare l’avversario senza fargli del male, vive su un altro pianeta. Questo però porta al fatto che un combattimento può avere gravi conseguenze legali, psicologiche e sanitarie. Prendere parte a una rissa o rispondere a un attacco in modo sproporzionato sono reati penali.
La giurisprudenza non vi darà mai ragione se colpite un uomo e gli rompete il naso, o un braccio o gli procurate un trauma testicolare anche se non siete stati voi ad iniziare. Senza contare che l’aggressore può essere malato e il contatto con la sua saliva o sangue potrebbe provocarvi danni ben più gravi di quelli che creereste a lui colpendolo.
Fattore decisamente diversificante rispetto ad un combattimento sportivo è la necessità di combattere contro più aggressori, o dover affrontare un aggressore armato.
La risonanza che può avere un’aggressione perpetrata con un’arma da fuoco è maggiore rispetto ad una bastonata o coltellata e questo perché nell’immaginario collettivo una pistola è più pericolosa di un coltello. Tuttavia bisogna considerare che i coltelli sono letali perché essendo leggeri permettono movimenti molto veloci, non in linea retta come un’arma da fuoco, e sono anche più semplici da reperire. Basti pensare ai coltelli da cucina.
Per tutti questi motivi un combattimento da strada fa paura, quindi è sempre meglio evitarlo. Un combattimento evitato è un combattimento vinto. Per citare Star wars “usa la forza” intesa come intelligenza.
Alcune volte però non c’è modo di evitare lo scontro (per fortuna rare volte). In quei rari casi bisogna pensare che si sta combattendo per la propria o altrui incolumità o addirittura vita in quel caso se ci si sente in serio pericolo. Non ci si può permettere il lusso di essere “corretto” nei confronti dell’aggressore, usare colpi diretti agli occhi, ai genitali e cercare di sfruttare ogni minimo vantaggio (momentanea disattenzione dell’aggressore, armi improvvisate, piazzamento del primo colpo ) senza sprecarlo inutilmente, cercare sempre di concludere il combattimento nel minor tempo possibile e via come il vento…
L’aggressore probabilmente è più forte, potrebbe essere ubriaco o drogato. Più aumenta la durata del combattimento, più aumenta la probabilità di soccombere, senza contare che un aggressore sotto l’effetto di stupefacenti non è molto recettivo al dolore, potete colpire in volto un ubriaco diverse volte senza che egli senta il ben che minimo dolore, senza contare i possibili danni che possono accorrere alla vostra un pugno che colpisce il cranio dell’aggressore (non avete guantini, fasce ad altre protezioni per le nocche. Rompersi una mano colpendo qualcuno non è un evento poco probabile).
Un altro importante aspetto è Evitare di finire a terra.
Grappling, BJJ ed altri sistemi specializzati nella lotta a terra combattono usando ginocchiere imbottite e su materassini, senza incorrere nel rischio di sbattere su un gradino mentre tenti un flying armbar, tagliarti con del vetro sul suolo, dover fronteggiare un’aggressione di gruppo o qualcuno armato. Trovarsi a terra e fronteggiare gli scenari sopraesposti equivale quasi a un suicidio.
Quindi Fly o fight reaction? (combatto o fuggo)uno dei grandi paradossi delle arti marziali, non c’è una soluzione univoca, ribadisco che per me
UN COMBATTIMENTO EVITATO è UN COMBATTIMENTO VINTO…MA SOLO QUANDO è POSSIBILE.
L’allenamento serve per imparare a gestire le situazioni senza farsi prendere dal panico evitare lo scontro, ed in ultima analisi a combattere per la propria incolumità o vita.

Alberto Bertino

La tenuta del praticante di Krav Maga

Cosa mi serve per praticare? Questa è la prima domanda rivolta all’istruttore dopo una lezione prova di krav maga:

Uomo: una tuta (o la divisa del gruppo).  in estate pantaloncini, jeans per rendere l’allenamento ancora più reale, un paio di scarpe da tennis.  La conchiglia è indispensabile (almeno se vuoi procreare) poi se vuoi continuare, deciderai se acquistare guanti, paratibia etc.

Donna: una tuta (o la divisa del gruppo). in estate pantaloncini,  jeans o  gonna per rendere l’allenamento ancora più reale, scarpe da tennis.
La conchiglia è per gli inizi superabile (superabile non significa superflua). E’ meglio concentrarsi invece sul paraseno.

Chiunque si avvicini al krav maga lo fa perché spinto dall’esigenza di imparare un sistema di difesa (combattimento) reale.
Credo sia inutile sottolineare che la pratica di un sistema di combattimento provochi qualche  contatto, magari poichè il giorno dopo bisogna andare al lavoro e andarci con un bel livido in viso non è il massimo. Ergo, bisogna attrezzarsi.
Fred Royers un campione di thay boxe sosteneva che è errore combattere il match prima del tempo, aggiungendo che in palestra bisogna stare protetti.
OBBLIGATORIO l’acquisto della conchiglia.
Successivamente se si decide di proseguire con la pratica del krav maga allora è necessario un buon paradenti e dei guanti.
Io consiglio quelli da mma  con dita libere,  poiché permettono le prese e proteggono le mani durante l’allenamento al sacco/colpitori e i paratibia.
I guantoni da sedici once da boxe sono ottimi per l’allenamento al sacco e per lo sparring in piedi ma assolutamente non idonei per il sotto stress e l’allenamento con e contro le armi per questo se ne può rimandare l’acquisto.

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Se poi  è ora di cominciare a fare le cose seriamente allora è il caso di procurarsi un casco con griglia stretta e protezione alla nuca.
La griglia stretta protegge sia il viso dai colpi portati col massimo della forza, che eventuali danni agli occhi durante lo sparring con il coltello da allenamento mentre la chiusura alla nuca…
Per finire una bella protezione al torace e vai tranquillo.
Bisogna però considerare che anche se si prendono tutte le precauzioni possibili qualche colpo lo si avvertirà sempre… ma si sa in certi casi il dolore è indispensabile per imparare.

L’errore più comune è cominciare al contrario cioè acquistare, presi dall’entusiasmo, tutta l’attrezzatura che magari resterà inutilizzata qualora non si possa praticare per qualche mese.
Un approccio più logico ed economico è la cosa migliore

Ricapitolando

1-Conchiglia (uomo), paraseno (donna)

2-Paradenti

3-Guantini mma e fasce per le mani

4-Paratibia

5-guantoni 16 once

6-casco con griglia chiusa

7-Protezione al torace

Capito?  Bene, perché nessuno vuole farsi male in palestra e soprattutto diffidate di quei geniacci che postano allegramente foto dei propri lividi. Diventare viola non è segno di figaggine.  Impegnarsi seriamente e in sicurezza SI.