Fisiologia e aggressione

Fisiologia e aggressione

 

La difesa da un’aggressione non si svolge mai in condizioni chiare, nitide e lineari.
Inoltre non sapremo anticipatamente quale sarà il terreno di scontro.

Serve poco imparare decine di tecniche in condizioni di calma e sempre sullo stesso terreno (in genere il campo aperto e libero della sala in palestra).
Se poi i fattori cruciali che determinano la sopravvivenza non vengono tenuti in considerazione.

Questi fattori sono sostanzialmente fattori psicofisici e strettamente legati allo Stress.

Per stress si intende la risposta fisiologica che il corpo e la mente hanno a seguito di un cambiamento, per cui lo stress non è per forza di cose una componente negativa ma semplicemente una “risposta” ad uno stimolo esterno.

In particolare l’intensità dello stress corrisponde all’attivazione di alcune funzioni del nostro organismo che può essere schematizzata in livelli, ognuno dei quali corrisponde un certo grado di efficienza fisica. Se aumentiamo le nostre capacità di effettuare manovre “di emergenza” ,diminuiamo o addirittura perdiamo la capacità delle manovre “di precisione. Di conseguenza risulta limitativo ai fini di uno scontro essersi allenati a colpire con precisione alcuni punti sensibili dislocati in poca superficie del corpo, a scapito di azioni veloci e dirompenti.

Per comprendere come lo stress influenzi la nostra capacità percettiva e la nostra difesa, facciamo un esempio estremizzato e forse poco probabile ma utile per capire i meccanismi fisiologici di risposta:

Sono per strada vicino a dei negozi, guardo le vetrine in cerca di un oggetto di interesse, sono calmo, rilassato e con la testa libera da ogni pensiero, sono in una cosiddetta zona bianca nessun pensiero, nessun timore.

Da lontano vedo due che discutono animatamente li osservo, ed entro in stato di allerta senza però entrare in panico, passo cioè da una zona bianca ad una gialla di vigile attenzione.

La mia frequenza cardiaca subisce un aumento poiché comincia ad entrare in circolo l’adrenalina. Il mio corpo percepisce stress, ma ancora non è pronto allo scontro.

Ritornando alla scena, causa forze maggiori non potendo cambiare strada, entro in contatto fisico con uno dei due, un involontario tocco o un’occhiata prolungata ed ecco che mi ritrovo uno dei due litiganti con l’intenzione di sfogare tutto su di me e con chiare intenzioni aggressive.

Il mio corpo reagisce aumentando la frequenza cardiaca, è pronto a sferrare colpi veloci e potenti o a scappare velocemente. La mente è capace di elaborare pensieri molto rapidamente, e percepisce tutto con straordinaria lucidità ma perde la motricità fine, la capacità di coordinazione complessa.
Si passa dalla zona di stress gialla alla zona rossa, dove il corpo è in una postura simmetrica, la testa incassata tra le spalle ed i muscoli contratti pronti a scattare.
Se l’azione non si interrompe o non so gestire la situazione allora lo stress aumenta e passo dalla zona rossa alla zona nera dove si perdono quasi tutte le abilità motorie, l’udito risulta inibito, la vista si annebbia, il senso del tempo viene distorto e la percezione del dolore si annulla. Si entra nella fase di panico dove si resta pietrificati e in balia del mio aggressore.

Le implicazioni dello stress nel combattimento risultano perciò molteplici, critiche e differenti ; ogni zona ha le sue conseguenze e porta ad azioni più o meno opportune, poiché ognuno ha una percezione e gestione dello stress diversa .

A conclusione nella pratica della difesa personale lo studio degli effetti stressanti deve essere una componente fondamentale, lo stress può essere Prevenuto, Gestito e Rielaborato grazie ad un opportuno allenamento e alla diversificazione dell’addestramento in funzione del soggetto, ignorare o non dare la giusta importanza agli effetti sopracitati, equivale a non avere un’adeguata preparazione al combattimento.

Nima Zamar – Ho dovuto uccidere

nimazamar

Titolo: Ho dovuto uccidere
Autore: Nima Zamar
Editore: Sperling
Data di pubblicazione: 2006
Pagine: 337
Isbn: 88-6061-003-6
Prezzo: 10,50 euro
Disponibilità:

Nima Zamar, nome fittizio creato per motivi di sicurezza, è una donna francese di religione ebraica che, per lunghi anni ha prestato servizio nel Mossad e che, pur nel clima di assoluta segretezza, ha deciso di narrare le proprie vicissitudini in un’autobiografia. Il volume, intitolato Ho dovuto uccidere, prende il via da quando la donna, ingegnere informatico, decide di lasciare la Francia per trasferirsi in Israele, alla ricerca della propria identità. Quello che doveva essere un soggiorno di spiritualità, diviene però qualcosa di molto diverso quando ella, alle selezioni per il servizio militare, viene reclutata tra le file del Mossad. E’ l’inizio di qualcosa di molto duro e pesante per la giovane che, attraverso le pagine del suo racconto, narra dell’addestramento cui si sottopone, che la rende simile ad un automa. Nima è in grado di sopportare la fame, la sete e le torture psicologiche più terribili.

“Poi c’è l’addestramento per resistere alla tortura, molto specifico ed eseguito sotto controllo medico. La tortura, argomento tabù, è molto praticata nei Paesi arabi. Mi è capitato spesso di sentire qualcuno affermare con grande convinzione che questo o quel dolore non basterebbero a farlo parlare. La tortura non si limita a un dolore. E’ un procedimento molto più complesso”.

Durante gli anni di servizio inizia a praticare il krav maga, che inizia a studiare quando si rende conto che, le missuoni cui partecipa sono sempre più rischiose e l’unico modo che ha per cavarsela è imparare a difendersi da sola, a mani nude e in breve tempo.

“Con pazienza infinita [l’istruttore] mi abitua a sopprimere i blocchi di passività acquisiti in quei cinque anni e a ritrovare i più elementare riflessi di sopravvivenza […]. Mi rendo conto che i suoi corsi mi imprimono un risvolto nuovo e importante alla mia vita”.

Le pagine dedicate dall’autrice al krav maga sono ricche di riflessioni sui suoi effetti sulla sua natura, che diviene meno chiusa, meno “bloccata”, più pronta alla reazione e alla sopportazione del duro regime cui viene sottoposta.
“Con il passare dei mesi torno a provare una sorta di attaccamento per il mio corpo, la cui funzione è nuovamente valorizzata in quanto non è più passivo o vittima, ma protagonista del processo di sopravvivenza. Noto un cambiamento persino nel mio modo di parlare: passo da “compiere una manovra di difesa” a “difendere il mio corpo” e poi a “difendersi”.
Attraverso compiti sempre più gravosi, Nima finisce per abbandonare Israele, pur con la consapevolezza che le esperienze passate non saranno mai cancellabili in nessun modo e che, per esorcizzare i ricordi è necessario raccontare, pur nell’anonimato, quanto ha vissuto.

E’ un testo che consiglio vivamente. L’unico neo è che è veramente difficile da trovare. A parte la copia in mio possesso, l’ho cercato per regalarlo ma non sono più riuscita a reperirlo se non online su Amazon.it.

Silvia Causale